Ho frequentato il liceo classico tra il 2010 e il 2015, ovvero nel primo lustro di applicazione della riforma Gelmini. Quest’ultima specificazione non c’entra nulla con ciò che sto per dire. Ora, piuttosto, vorrei sottoporre ai gentili lettori un quesito. Se pensate ai manuali di storia dell’arte delle superiori, o alle lezioni che vi sono rimaste maggiormente impresse, cosa vi viene in mente a proposito dell’Ottocento? Vi dico cosa mi ricordo io, intanto. Anzitutto, tralasciando Canova, l’Impressionismo; poi, certo, il Romanticismo, un po’ di Realismo (Courbet e basta a dire il vero); infine Gauguin, Van Gogh, Cézanne e tutti coloro che hanno traghettato l’Arte (come se fosse un transatlantico diretto chissà dove, peraltro) verso il Novecento. Quindi, di colpo, si intravedono all’orizzonte le Avanguardie: l’Ottocento ce lo siamo finalmente lasciato alle spalle. Mi ricordo, tuttavia, un nemico comune e sempre presente in questo tragitto lungo più o meno un secolo: l’accademia. L’ostacolo al naturale progredire delle arti (ancora con questo progresso?), la controparte reazionaria: sinteticamente, il male assoluto. Al contempo, se fino al nostro Canova l’Italia è la protagonista indiscussa dei manuali, con l’arrivo dell’Ottocento questa scompare all’improvviso: forse si salvano giusto Hayez (con il solito Bacio) e i Macchiaioli, che per alcuni avrebbero anticipato l’Impressionismo: perché è tutto un progredire, una corsa a chi arriva per primo. Il principale problema è proprio questo, e non riguarda solamente l’Ottocento; riguarda, in generale, la natura stessa della crestomazia, vale a dire, più comunemente, dell’antologia. Tanto maledetta quanto inevitabile. Quanti ne ha fatti fuori! Il principio che ne regola il funzionamento è proprio questo: il progresso. Una dimensione per cui l’arte, in questo caso, si sviluppa secondo un ordine progressivo: a salvarsi sono i picchi maggiormente innovativi, a essere sommersi sono tutti gli altri. Ed eccoci giunti, dunque, al punto di questo mio intervento, la domanda che mi pongo da anni e alla quale sto cercando, nel mio piccolo, di rispondere: come si fa a pensare di comprendere un’epoca se questa viene letta solamente attraverso gli esempi più esplosivi e, allo stesso tempo, più controversi, spesso più criticati dai contemporanei? Quando Manet esponeva il suo Déjuner sur l’herbe al Salon des refusées del 1863, scandalizzando gran parte della critica (accademica?), allo stesso tempo il pubblico parigino si beava della sensualità algida e capziosa della Nascita di Venere di Cabanel. Quante volte avete sentito nominare dal vostro docente di storia dell’arte Alexandre Cabanel? E quante volte, invece, Manet, Monet, Renoir, Pissarro? Quante volte avete sentito menzionare, ancora, Delaroche, Bougeureau, o Gervex? Eppure, erano questi gli artisti che a Parigi andavano per la maggiore nei decenni intorno alla metà del secolo decimonono. Quindici anni dopo, all’Esposizione Universale di Parigi del 1878 – ovvero quattro anni dopo la “nascita” dell’Impressionismo (di virgolette ne avrei messe il triplo) – trionfava il gruppo in marmo raffigurante Jenner che inocula il vaccino, vero e proprio manifesto del pensiero positivista, opera di Giulio Monteverde, il più importante scultore italiano del tempo, insieme a Vincenzo Vela. Ma voi l’avete mai sentito nominare Giulio Monteverde? Costui sarà pure stato un balordo, un conservatore, un bardo dell’arte ufficiale italiana; ciononostante si è guadagnato la medaglia d’oro non solo in quell’Esposizione Universale, ma anche nella precedente, tenutasi a Vienna nel 1873.

Giulio Monteverde, Jenner che inocula il vaccino, 1878. Genova, Musei di Nervi, Galleria d’Arte Moderna
Gli esempi che potrei fare sono infiniti e il discorso sarebbe meritevole di una ricerca pluriennale, non foss’altro che per la quantità di materiale fornita dal secolo in questione. Un secolo che oggi resta senz’altro il più sfortunato, nonostante l’attenzione che ha generato negli studi a partire almeno dagli anni Ottanta del secolo scorso. Allora, un’ultima domanda: cosa farei se fossi un docente di storia dell’arte delle superiori? Cercherei forse di problematizzare questa spietata
antologia, tentando di mettere in luce le ragioni per le quali tanti artisti celeberrimi al loro tempo oggi si trovano, invece, tra i sommersi. Tali ragioni sono diverse, e hanno implicazioni non solo di ordine estetico, storico, forse più di tutto critico, ma anche politico. Un ultimo esempio particolarmente significativo in tutti questi campi, per concludere. Il 4 giugno 1911, dopo decenni di lavori, Re Vittorio Emanuele III inaugurava a Roma il Vittoriano: il monumento alla Patria, l’omaggio della Nazione alla sua storia, al Risorgimento. No, non voto Fratelli d’Italia, cari lettori. Possibile che il più importante monumento nazionale italiano (di sempre?) non venga considerato dagli studi? Il più importante contraltare (della patria) all’irruzione delle avanguardie (il manifesto del Futurismo fu pubblicato due anni prima), la sintesi delle tendenze artistiche di quel tempo? A questo punto avrei scritto i nomi degli intellettuali, degli architetti e degli artisti coinvolti in questo enorme e faticoso cantiere, ma temo che non facciano parte dei programmi ministeriali…

Giuseppe Sacconi (progetto), Monumento Nazionale a Vittorio Emanuele II, 1885-1911. Roma
Immagine di copertina: Alexandre Cabanel, La nascita di Venere, 1863. Parigi, Musée d’Orsay
