TERZA PERSONA

Rivista di cultura e attualità

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La chiazza di luce

1.

Sei invecchiato: ne hai venticinque, suonati, anno più anno meno; lo noti, ti ripassi le dita sopra le guance, nel tuo riflesso, eccole: ti hanno inciso delle ombre sotto gli occhi. Chi è stato, ancora non è chiaro. Lo sarà. Pensi li vedrai tutti, imputati, processati, un giorno, senza che tu faccia niente: eccoli, con la coda tra le gambe, in un posto ridente, diciamo… Norimberga. Ma quello è il futuro. Un futuro, oltretutto – tu sei adesso, e pensare a quei tuoi occhi da furetto che seguono lo schermo; notarti affogare nel buio della tua stanza, dentro una chiazza di luce… ti dà finalmente il voltastomaco.

2.

Due cetrioli sopra gli occhi e risolveresti il problema, dice una voce proveniente dalla chiazza di luce. Hai comprato i cetrioli, devi solo tagliarli e metterli a bagno in acqua fredda e iscriverti al canale e mettere mi piace e seguire la pagina ma, quando meno te lo aspetti, un brivido ti sale lungo la schiena, un anelito anticonformista ti brucia in petto: «no» dici. «No!», ripeti a voce più alta, in modo che la tua coscienza spalanchi le orecchie. Hai scelto di andare alla radice del problema: «basta! elimino i social network!», ti sei detto.

3.

Ci ripensi. In un attimo. Ti rimangi subito la parola data – a chi l’hai data la tua parola? Ancora, ti pensi sotto i riflettori come loro; ancora, tutte le tue promesse bucano verso l’esterno prima che al tuo interno. Hai confuso il tuo interno: cuore, il sangue che sei, con il tuo esterno: polmoni, l’aria che respiri – e ora boccheggi, e sei pallido.
«Impossibile!», concludi, misurando a passi nervosi camera tua mentre noti pollice e indice pennellare l’aria senza motivo; sì, come morire, sarebbe, ma senza che gli altri lo sappiano; un funerale vuoto, senza rumore.
I post, i messaggi, le storie in evidenza tagliate a meraviglia in cui tu, cittadino del mondo, ti stagli all’orizzonte fiero, con nessuna ruga in viso e neppure sull’anima; l’architettura del profilo che hai curato per anni con attenzione… dove andrebbe il tuo ritratto in epitome? La tua roba, ti ricordi, te la vuoi portare nella tomba – «Roba mia, vientene con me!»

4.

Devi trovare un compromesso tra la tua aspirazione cavalleresca d’andare in giro per il mondo disinteressato e il tuo desiderio che gli altri sappiano che tu sei in viaggio. Vuoi che conti, la tua differenza soggettiva, tanto quanto la loro. Ma chi sono, loro? Ancora, non è chiaro. Lo sarà. Lo sarà? Be’… cominci a vacillare. Forse aveva ragione la dottoressa. Parlare di loro è il miglior modo per non parlare di te. Tu, non puoi che sviluppare i contravveleni necessari: sopportare loro è molto più facile, più umano, di sconfiggerli.
Il solito cane che si morde il cuore. Intuisci la circolarità del problema, e vorresti schizzarne fuori, magari attraverso un chiarimento. Forse una pillola di dieci minuti del filosofo da strapazzo potrebbe alleviare i tuoi dubbi ed evitarti seicento pagine di capitalismo della sorveglianza ma… no! Non aprire, non aprire Youtube, c’eravamo detti: quindi, ne hai disattivato la cronologia.

5.

Adesso uno schermo bianco e morto si presenta quando varchi quella porta e l’algoritmo, il tuo feed, che sentivi per te ormai come una seconda natura, ti confonde. In sua assenza ti noti straniero del luogo. Ora la pagina iniziale è un monte innevato che osservi, e osservi, cercando di ricordare declivi di rose raccolte nella primavera. Vi passeggi sulla base, attorno, dappertutto, tutti i giorni, ma non ti viene in mente nulla – vuoi scalarlo ora che è inverno? Che fine fanno le rose d’inverno? Vuoi tornare a vedere cosa c’è in cima?
Riesci a resistere; il compito del tuo cuore è: resistere. Alle tempeste del tuo tempo, che sono molte, ma l’abitudine ti ha insegnato che finiscono tutte quante, prima o dopo.
Ora, ti annoi un po’ di più. E incominci a odiare chi, invece, di questo dolore si dimentica giornalmente. A tratti, ti rinvigorisce. In un cinema affollato, riesci ora a ricordarti che sei dentro il pubblico; non appena te ne ricordi, non ne fai più parte. Ora ti disgusta, lo spettatore, lo noti non sbattere le palpebre, sonnambulo, con una voce che lo culla fino allo svenimento… il podcast.

6.

Non sei ancora caduto sotto le grinfie di Tik Tok. Ti sei salvato per accidente, per tempo storico, forse per posa – quando l’ennesimo fungo velenoso è spuntato ti sei detto, come Roger Murtaugh: «I’m getting too old for this shit». E hai rinunciato. Certo l’amico di turno che vuol farti cadere nel baratro, che ti manda puntualmente il video simpatico, c’è sempre, ma tu lo saluti, osservi circospetto la situazione, a debita distanza, e ti tradisci in una smorfia. In fondo, gradisci poter rimanere aggiornato sul vento che tira senza doverti ingollare il resto; il tuo amico sta a spalare letame tutto il giorno e quando trova della merda un po’ più fertile te ne offre un po’ – tu non puoi che ringraziare bonariamente, quell’amico.

7.

Sì, ma il tempo senti evaporare ancora e tu sei giovane, e vorresti correre con la tua giovinezza e non restare più a osservarla. Hai deciso che Instagram occupa una stanza del tuo cervello ma non ti paga l’affitto. Hai deciso, senza che io ti abbia detto niente, senza che nessuno ti abbia detto niente, senza che Terza Persona ti abbia detto niente, che non ne vale la pena: così, hai impostato a Instagram un limite di utilizzo.

8.

Presto hai compreso che è utile tanto quanto chiudersi in una cella con la chiave della serratura in tasca. Il secondino è seduto a far niente, il suo mestiere è bizzarro; sta leggendo Corsia n.6 su di una poltrona, oppresso e tranquillo, si sganascia dalle risate. Sei invitato a farti una passeggiata dopo appena mezz’ora di reclusione, ma tu ignori: mai chiameresti prigione la reclusione volontaria.
Una sera, il guardiano è da un’altra parte. Di lui non c’è bisogno, è una formalità, una parvenza di controllo, tanto abbiamo la chiave; sbadatamente, lascia Corsia n.6 sopra un comodino a russare. Esci dalla cella perché hai quel voltastomaco di cui parlavamo nelle prime righe. Passeggi attorno alla cella e noti Čechov. Afferri il libro. Lo leggi. Con calma. Diciamo che ti ci vuole un anno, se contiamo tutti i rientri in cella che hai fatto da quando hai divorato le prime tre righe. Lo finisci e, a questo punto, terrorizzato, scappi dalla tua cella, cancelli il tuo nome dalla lista dei condannati e ti ritrovi dentro un’altra gabbia, dove i colori sono più accesi ma è dove dicevamo si muore, dove c’è silenzio, dove dicevamo che il tuo dire è pallido quasi che non c’è.

9.

La salute del tuo sentire è migliorata. Le ombre sotto gli occhi sono meno acute. Dopo una settimana hai composto una terzina dantesca, una sonata, una sceneggiatura; la qualità è però scadente, e mentre ti lambicchi il cervello sulle tue incapacità, un fiume di mail ti si fa incontro.
Lasciamelo dire, seppure a voce bassa: hai perso un sacco di tempo per capire come non perdere tempo. Sei in ritardo sul mondo. Passi diverse settimane dietro le tue care mail perché non puoi fare altrimenti.
Nonostante ti conforti, sapere che Tristan Harris è diventato schiavo delle sue stesse mani, tutte quelle facce di bronzo pentite di Google non riescono a cogliere l’intensità del tuo problema. Lavoro, università, vita, burocrazia generale – passa tutto da lì.
Come questi biglietti gratis a prenotazione limitata per il teatro, offerti amorevolmente dall’università. Guardali, nella tua mente, in aria, come scintillano. Li vuoi. Tu sei militarmente in orario, sulla tua posta elettronica: riesci a strapparne uno appena in tempo dopo quella pioggia di granate che sono le pubblicità a cui, per distrazione, ti sei abbonato per entrare in un museo, per ricevere lo sconto sulle patatine del “Mc, l’ultimo libro di Erin Doom.
Quindi vai a teatro, ma il tuo vicino di palchetto osserva: pure in quel momento, tu sei dentro la chiazza di luce. Ti è insopportabile l’idea di perdere il prossimo spettacolo gratuito e quindi stai a pennellare. Gli applausi ti scuotono, risali in un battito la corrente. Ti ricordi. Sei bene addestrato. Un sorriso, un applauso atletico, calo del sipario. Sei sopravvissuto.
Non ricordi cosa hai visto ma il prossimo venerdì è organizzato e il biglietto ce l’hai; bene. Tiri un sospiro di sollievo. Quando arriva il prossimo? Puoi forse ignorare che quando meno te l’aspetti ci sarà un prossimo? Pennelli ancora, ti dimentichi che devi andartene dal teatro. Forse devi darti alla pittura, dice il tuo vicino di palchetto, con una porzione del volto abbronzata, mentre esce sbattendo la porta.

10.

Ti sei risvegliato. Prima ci eravamo detti che sei sonnambulo; che sei pubblico, ma che non lo sei più quando te ne ricordi – ricordi? La chiazza di luce è sempre più fioca, ma a estinguerla non ci riesci; finalmente, però, terzi hanno prodotto l’applicazione che fa giusto al caso tuo. Si chiama… be’, ce ne sono molte. Se sono molte significa che c’è mercato. È un buon segno. Significa che non sei solo. Di che si tratta? Un’app che blocca altre app; non le blocca per sempre, non ti preoccupare. Ti permette solo di frenare la tua sete dopaminica tramite una pausa di alcuni istanti, istanti che tu accusi, come eterni.

11.

Questo è il capolinea. Non ti sento più. E mi divertiva sapere l’andamento della tua lotta. È cambiato qualcosa? Il processo tanto agognato è alle porte? Oppure sei guarito? Ma la malattia? Che malattia era? La chiazza di luce? Cos’era davvero? Ne hai compreso la natura? Quando ci siamo conosciuti volevi scoprire l’autentico, la verità, e sei invecchiato, sei diventato la tua contromisura.

Scusatemi tutti.

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