TERZA PERSONA

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Guardare la luna

406.771 sono i chilometri di distanza massima raggiunti dalla missione Artemis II nel suo viaggio verso la luna. Nessun essere umano era mai stato così lontano dalla terra.

406.771 chilometri sono adesso soltanto l’evidenza di una cifra. È inimmaginabile lo spazio nero in mezzo, non può venirci per immagini mentali. E se anche venisse, sarebbe qualcosa in scala, come una distanza tra due soprammobili sferici su uno sfondo stellare.

Günther Anders, in tutt’altro contesto, parlava dell’uomo incapace di pensare l’infinito come di un essere «inferiore a sé stesso»: lì era l’uomo incapace di immaginare effettivamente le conseguenze di una guerra atomica pur avendo già tutti gli strumenti per iniziarla; qui è l’uomo incapace di immaginare le distanze esorbitanti che pure è capace di percorrere, e le annesse solitudini.

Paradossalmente, l’unica idea di questa distanza ci viene dalle foto scattate dagli astronauti della missione Artemis II, che mostrano oltre la luna grigia la terra che sorge, piccola, lontana, fredda: «planet Earth is blue / and there’s nothing I can do».

La missione Artemis II è stata la più importante in più di cinquant’anni di spedizioni spaziali. È stata la prima, dopo l’Apollo 17 del 1972, a riportare un equipaggio di astronauti nell’orbita lunare, ma la risonanza mediatica è stata minore di quanto ci si potesse aspettare. Hanno prevalso le traiettorie dei nostri cieli. Una frase, aberrante, ha prevalso: «a whole civilization will die tonight». E mentre Artemis II, oltrepassata la faccia nascosta della luna, si apprestava al ritorno, sulla terra si temeva il lancio di una bomba atomica. Tremo ancora, in un certo senso, a parlare di bomba atomica – dai miei pochi ventun anni in cui ho imparato a tenere insieme, nell’orizzonte della memoria, i racconti della resistenza degli ultimi partigiani ultraottantenni e, come niente fosse, per atroce accettazione, i discorsi di nuove guerre possibili. L’atomica, per i quattro astronauti di Artemis II, non sarebbe stata nemmeno un rumore.

In quella notte ho pensato alla luna. E a come prima di me l’hanno pensata gli esseri umani.

Artemis deve il suo nome alla dea greca della luna, Artemide, vergine e cacciatrice – come la luna, che è candida e lucente, eppure si staglia in un mondo aspro di ombre.

La luna è stata sempre come una speranza sferica nella notte, un oblò attraverso cui gli uomini più che guardare fuori guardavano di dentro. Gurdjieff, nel suo complicato sistema mistico-filosofico, connetteva tra di loro i cieli dell’universo. Quello lunare lo legava alla vita organica sulla terra, che sarebbe come un grande respiro, la risposta viva del nostro pianeta alle influenze celesti. Gurdjieff recuperava un pensiero antico di interconnessione di tutte le cose, in mezzo alle quali – impensabile oggi – ci siamo pure noi.

Dai cicli lunari dipende la divisione dell’anno in mesi, attraverso la coincidenza di ascese, calate e fasi con periodi di semina, raccolta, festività. La parola “mese” ha la stessa radice latina mensis (“mese”, ma anche “mestruazione”, e in relazione col verbo metiri, “misurare”) dell’inglese moon, del tedesco Mond, del danese måne,dell’olandese maan. È un’organizzazione del tempo che riceviamo da un passato contadino come nulla fosse, con una leggerezza che grava di millenni. Non sa di Artemide, né di Selene o Diana, il nostro «villaggio tecnologico», come chiama il nostro mondo Alfredo Cattabiani in un libro dal titolo significativo: Lunario (1994).

Il discorso, lo ammetto, è vecchio. La luna è gelida e indifferente, almeno per quanto riguarda la letteratura italiana, già dal Canto notturno di Leopardi. Ma la missione di Artemis II ha raggiunto la luna un’altra volta, ne ha fotografato la faccia nascosta, e l’ammanto è venuto meno questa volta forse per sempre. Come se il cielo inquinato dai fasci di luce delle città non bastasse. Il poeta tedesco Heinrich Heine aveva coniato la formula di «dei in esilio» per descrivere i relitti di paganesimo di cui si era appropriato il cristianesimo. L’esilio adesso degli antichi dei è postremo: hanno abbandonato anche i tabernacoli e le feste popolari per rifugiarsi nel loro puro nome, nel culto di filologi e amanti. E il sacro che ispirava la luna è diventato una distesa grigia e brulla di crateri – Selene, un puro significante.

Il discorso allora non è tanto vecchio quanto antico: la direzione da meno a più, da ignoranza a conoscenza, non è felice. Orbitare intorno alla luna per scoprirla disabitata, pensare che sia utile come base d’appoggio per la colonizzazione di Marte – tutto sembra troppo.

La luna continua a dominare le nostre vite e lo ignoriamo, e se la vediamo nella notte è bella e piena, o di un altro colore, e viene bene nello sfondo. La luna diventa spendibile, non è più ineludibile.

            conosciuto il mondo

            non cresce, anzi si scema, e assai piú vasto

            l’etra sonante e l’alma terra e il mare

            al fanciullin, che non al saggio, appare.

Sono le parole di Leopardi nella canzone Ad Angelo Mai (vv. 87-90). Il mondo viene scoperto e non diventa più grande, si rimpicciolisce, con noi dentro, che lo crediamo più famigliare ad ogni conquista («Luna: una conquista per l’umanità», titola il “Corriere della Sera” il 17 luglio 1969, pochi giorni prima del primo allunaggio) – mentre l’universo continua a esserci estraneo, come fosse un dio, o una cosa senza anima ma comunque incommensurabile. L’inquinamento luminoso è proprio uno specchio della colonizzazione che appiana. Non che la luna debba essere dominata da Diana, ma nemmeno da noi.

Da quella notte, in cui il cessate il fuoco è stato accettato, la luna è puntualmente risorta. La missione Artemis II è finita, la capsula Orion ha toccato le acque del Pacifico dopo una lunga caduta.

È la conclusione, nell’oceano: i complimenti del presidente, la retorica che piega la realtà, nel mentre i colloqui tra Iran e Stati Uniti a Islamabad si sono conclusi. Guardo la luna e penso: non saprò di Islamabad domani, o degli Stati Uniti o dell’Iran, ma le previsioni della NASA dicono che nel 2030 ci sarà il prossimo allunaggio, dal 2035 una base permanente sulla luna. Scelgono per me, per noi, parlano per previsioni.

Una base permanente sulla luna, col fine dichiarato di colonizzare Marte, va oltre la nostra immaginazione (quali viaggi? Quanto lunghi? Quali persone?), e ci scopriamo con la tecnologia, ancora una volta, “inferiori a noi stessi”. Guarderemo la luna e ci prenderà un’angoscia diversa: là saremo già stati, non faremo che specchiarci, senza la possibilità di immaginare una fuga. Guarderemo la luna e tornerà un’eco spettrale: «a whole civilization will die tonight». Se accadrà, oltre qualunque previsione, saremo tutti noi: atterrare sulla luna, sulla terra, e trovarla vuota. Trovarla vuota.

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