Ogni volta che capita una cosa simile la mia reazione è sempre la stessa: mi sento solo. Quando Silvia Salis ha annunciato il concerto della celebre dj belga Charlotte De Witte organizzato dal Comune di Genova (140.000 euro circa il costo dell’operazione) io ero francamente contento. Mi sembrava un’ottima iniziativa, che tentava di posizionare Genova nella rete delle grandi esibizioni internazionali. Potevo seguire le reazioni social di chi era presente: grande partecipazione, grande entusiasmo. E fin qui tutto bene. Il problema, però, si è manifestato nei giorni successivi.
Grazie a un concerto di piazza, Silvia Salis è diventata Che Guevara. L’entusiasmo giustificato nel vedere un grande evento pubblico dedicato peraltro ai giovani – cosa rarissima in una delle città più “anziane” d’Europa – si è trasformato in esaltazione della figura della sindaca. È arrivata la Madonna. È arrivata la panacea di tutti i mali. “Grande Silvia, vorrei una sindaca così!”, “Voglio conoscerti!!!”, “La sinistra riparta da te”; addirittura una vignetta – francamente patetica – mostra la sindaca al mixer accompagnata dalla didascalia “dal decreto contro i rave al rave che decreta la svolta”. Rave? Un concertone di piazza organizzato dal comune? Il comune che, pochi giorni prima, rinnovava l’ordinanza anti-alcol (divieto di detenzione e consumo di bevande alcoliche in aree pubbliche dalle 22:00 alle 06:00)? Allora, qui si manifesta il vero problema. Ecco un altro esempio: vi ricordate le reazioni orgasmiche al discorso di Fedez al concerto del Primo Maggio del 2021? Fedez dopo quel discorso annacquato, totalmente incentrato sui diritti civili – quando lui era testimonial Amazon – assurgeva a nuovo campione della sinistra italica. Fate voi le vostre valutazioni a distanza di cinque anni.
Ebbene, care e cari, eccoci qua. Eccoci ad assistere ancora una volta alla morte dello spirito critico, alla semplificazione dei messaggi, alla manipolazione delle informazioni. Vorrei specificare anche un’altra cosa, tuttavia. La mia non è una critica a Salis, che fa il suo lavoro – apparentemente anche molto bene -: è una critica a noi. Siamo noi il problema, noi che ci caschiamo. Noi che reagendo in maniera così spudorata a iniziative simili cediamo il fianco alla retorica, alla propaganda, e ci accontentiamo. E ci dimentichiamo. Perché vanno bene i “rave” municipali, ma ci serve ben altro. Ripeto: vanno benissimo i rave municipali, ma ciò non può generare in noi il visibilio, l’esplosione di piacere, la genuflessione dinanzi alla nostra Regina. Questo per svariate ragioni, alcune delle quali ho già menzionato; su tutte una: è troppo presto per azzardare valutazioni politiche, ed è assurdo che ci sia chi le fa dopo l’organizzazione di un evento ludico. Attendiamo che venga messo in atto qualcosa di sinistra, veramente di sinistra; non che la città faccia la cosplayer di Berlino. Da Belin a Berlin.
In questi stessi giorni, inoltre, assistiamo alla fine dell’impero Orban; evento che mi consente di avviare alcune considerazioni ben legate con quanto sostenuto fin qui. Termina in Ungheria il governo di Orban, anch’egli ritenuto in maniera del tutto semplicistica il male assoluto dalla retorica progressista; al suo posto Magyar. Anche in questo caso la narrazione dominante sui social – a sinistra beninteso – ci dice che finalmente è arrivato il Messia in Ungheria: essa diventerà l’Eden e ospiterà tutti i Buoni del mondo. Magyari! Vi riporto solo cosa ha detto il nostro – personaggio sfaccettato e difficilmente ascrivibile all’ordine del liberalismo per come lo conosciamo noi – di Giorgia Meloni, così forse vi fate un’idea prima di ripostare ciecamente i contenuti dei soliti influencer:
Non ho ancora parlato con Giorgia Meloni, ma sarò più che felice di farlo. Sentirò anche Antonio Tajani. L’Italia è uno dei miei Paesi preferiti, e con noi c’è una forte alleanza. […] Vorrei incontrare Meloni di persona, ha ottenuto grandi risultati partendo da condizioni difficili ed è riuscita a riportare la stabilità. E sta facendo un ottimo lavoro (Rainews.it, 13 aprile 2026)
Il risultato è, comunque, sempre lo stesso. Mi sento solo come un cane, e questo articolo non mi farà sentire meglio. Tento tuttavia di chiedervi un’ultima cosa: ma come siamo arrivati a questo punto? Come mai non abbiamo gli strumenti per affrontare un’analisi complessa degli eventi che informano la nostra esistenza? E qui stiamo parlando, in fondo, di cazzate, rispetto al disastro che sta accadendo nello scenario internazionale. Ci sarà un modo per rallentare questo processo di “ingenuimento” di massa, di infantilizzazione collettiva del pensiero? Io la mia risposta ce l’ho.
