TERZA PERSONA

Rivista di cultura e attualità

Il silenzio di Michael Myers

Michael Myers, dalla notte in cui, all’età di sei anni, ha ucciso sua sorella, fino alla notte di Halloween di quindici anni dopo, quando torna nella propria cittadina per uccidere ancora, non ha mai parlato e non lo farà più.

Così Michael appare per la prima volta al cinema (interpretato da Nick Castle), in Halloween – La notte delle streghe (1978) di John Carpenter, prima di diventare il personaggio iconico di un fortunato franchise.

Michael è una creatura senza voce e senza emozioni. La maschera bianca che indossa gli cancella il volto originale e diventa il suo vero volto, rendendolo un mostro anche sul piano esplicito del make up. Perché se Michael da una parte non ha poteri sovrannaturali evidenti, e uccide le vittime con le proprie mani o con coltelli da cucina, dall’altra è apparentemente immortale. È stato detto più volte che Michael incarni il male assoluto, incancellabile, e per questo sia impossibile distruggerlo.

Il dr. Loomis (interpretato da Donald Pleasence), presso cui Michael è stato in cura in quei quindici anni di attesa esasperante e silenziosa, lo descrive così:

L’ho incontrato quindici anni fa, era come svuotato; non capiva, non aveva coscienza, non sentiva, anche nel senso più rudimentale, né gioia, né dolore, né male, né bene, né caldo, né freddo. Spaventoso. Un ragazzo di sei anni con una faccia atona, bianca, completamente spenta; e gli occhi neri… gli occhi del Diavolo. Per otto anni ho tentato di riportarlo a noi, ma poi per altri sette l’ho tenuto chiuso, nascosto, perché mi sono reso conto con orrore che dietro quegli occhi viveva e cresceva… il male.

Il silenzio è il rovescio dell’incessante chiacchiericcio telefonico che attraversa tutto il film. Alle risate e alle battute si oppone, come un sottofondo ventoso, il respiro profondo di Michael, la sua presenza costante tra i cespugli, a guardare dentro le case curate e ben arredate. Emblematica è la scena, tragicamente ironica, in cui Michael strangola Lynda con il filo arricciato di una cornetta del telefono: Lynda ha appena telefonato a Laurie, la protagonista (interpretata da Jamie Lee Curtis al suo esordio), quando Michael, con forza disumana, le stringe il collo da dietro e gli spasimi di lei nel soffocamento sono scambiati da Laurie per gemiti di piacere – uno scherzo. E, mentre l’amica muore, riattacca.

Il silenzio è anche la desolazione della provincia americana, in cui, per tutto il film, gli adulti sembrano quasi assenti e soltanto gli adolescenti spensierati, la notte di Halloween, devono fronteggiare il mostro, soccombendo o, come nel caso di Laurie, riuscendo a scampare dopo una lotta disperata per la vita. Michael, che quindici anni prima aveva ucciso la sorella dopo averla spiata a letto col suo ragazzo, torna a colpire le giovani coppie fintamente al sicuro, in un’America periferica in cui il sesso è represso: i ragazzi vedono le ragazze solo quando queste fanno le baby sitter, e possono quindi usare una casa senza adulti.

Le bellissime panoramiche di Carpenter mostrano i giardini delle villette a schiera, tutti così uguali e apparentemente imperturbabili. Laurie cammina sul marciapiede con tanti libri tra le braccia, le stanno per cadere. Qualcosa accadrà.

Il silenzio è anche l’indifferenza della provincia americana, nell’isolamento di ognuno nel proprio fortilizio a due piani, mentre sul prato verde ruotano le girandole d’acqua degli irrigatori. Quando Laurie viene aggredita una prima volta da Michael, corre disperata a chiedere aiuto alla casa dei vicini: bussa furiosamente, urla. Dentro una luce si accende, tra le tende si intravede una figura umana, che si affaccia, guarda, e poi rispegne le luci e scompare nel buio della propria casa, lasciando Laurie da sola. Quella figura, a una prima visione, nella sua impersonalità eretta, nella sua indifferenza, mi ha ricordato fin da subito proprio Michael.

Il silenzio di Michael è l’inespresso della nostra società, profondo, oscuro, incancellabile – come un vuoto, su cui essa si basa. L’horror è il genere cinematografico che riesce meglio a evocare gli spettri della vita comune, l’indifferenza che si insinua nei vicinati e nelle parole vuote o di invidia spese in un telefono, per dare a ciò la forma estrema di un serial killer glaciale e indistruttibile: Michael Myers. E non servirà a niente colpire ciò che non può essere colpito ma può solo colpirci, vola a vuoto il proiettile del dr. Loomis. Michael fuggirà attraverso le periferie diffuse di tutte le nostre vite, per fare ritorno.

Condividi:

Scopri di più da TERZA PERSONA

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere