Ho visto il mio primo film in un cinema che non esiste più. Al suo posto adesso c’è una Coop. Sapevo che quel cinema aveva chiuso, ma non ci ero più tornato, e che ora ci sia una Coop lo scopro guardando su Google Maps. Il palazzo da fuori è identico a prima, ma al posto delle stelle luminose e della scritta “Variety” c’è l’insegna rossa che ripete, per l’ennesima volta identica a sé, il nome della catena. Dalle foto degli interni non riesco a ricordare com’era fatto il cinema, perché vedo solo banconi di macelleria e scaffali con i biscotti che potrebbero appartenere a qualunque supermercato italiano.
Sono cambiate moltissime cose; avere ventidue anni oggi è interessante: ci si trova incastrati nel pieno di una rivoluzione tecnologica che ci vede un po’ di là, dove gli smartphone ancora non esistevano, e un po’ di qua, dove sono un’appendice indispensabile. Per ironia della sorte, nello stesso anno io vedo al cinema il mio primo film, Ratatouille, e Steve Jobs lancia il primo iPhone. Nel buio di quella sala non mi sarei mai immaginato quanto quell’evento quasi simultaneo avrebbe oltrepassato la mia singola, trascurabile vita, per condizionare l’economia e le vite di tutto il mondo di là a venire. E anche le infanzie.
La mia infanzia senza smartphone, la ricordo abbastanza chiaramente. Mi ricordo delle ricreazioni alle elementari, con addosso il grembiule blu, quando si giocava a carte o con il lego, oppure si andava in giardino dove ammucchiavamo bastoni, sassi e pigne per non farci niente, e irrimediabilmente tornavo a casa con i jeans macchiati di verde, una cosa che oggi non mi posso più permettere. Mi ricordo delle cassette con i cartoni animati che rivedevo più volte perché dopo un po’ le avevo viste tutte. Mi ricordo dei cartoni che venivano passati in tivù, ricordo l’impero di Mediaset, le pubblicità che scandivano le puntate, le loro formule impresse nella mente: «Italia… Uno!». Mi ricordo della selva di marche di biscotti, merendine, cereali, che sopravvivono come relitti di puro significante, e che a volte accordo, se mi torna in mente la melodia, con le filastrocche e gli slogan degli spot. Mi ricordo dei videogiochi, delle avventure in solitaria fingendosi allenatore di pokémon, con il Nintendo portatile un po’ ovunque, dove capitava. Mi ricordo di cose assolutamente scomparse dalla mia quotidianità: i pennarelli per disegnare, messi in fila a simulare l’arcobaleno, e questa parola per me adesso del tutto desueta, “cartella”.
Poi passo alle medie e poco dopo mi regalano il mio primo smartphone. Potrei dire che la storia della tecnologia, gelida e impersonale, sia intervenuta con violenza nella mia storia personale, nella mia vita, che già di per sé si sarebbe apprestata alle prime tristezze, ai primi brividi, come in ogni adolescenza. Mi sembra un’ingiustizia profonda, ma non ci potei fare niente. Il senso per i brufoli, il desiderio di innamorarsi, vengono acuiti dalla foto profilo. Tanto che poi abbastanza presto ho nausea dei social e dello smartphone stesso. Ma qui mi fermo, perché in quel periodo uscivo dall’infanzia, e invece sull’infanzia vorrei concentrarmi.
Ricordo la mia infanzia sempre nei momenti mediati dalla cultura e dalla tecnologia. Se sopraggiunge una fitta di nostalgia la accolgo, e mi vedo che guardo un cartone nella cameretta della casa al mare (quando la camera era davvero un porto), o che mi scervello per capire come andare avanti in un livello di Zelda in un’epoca senza tutorial o gameplay. Riesco ancora a emozionarmi se sento una semplice, robotica melodia di un qualche Pokémon. Non c’è madeleine che regga al confronto.
Se disposte lungo una linea del tempo, le infanzie appaiono come segnate da un’entropia dell’intrattenimento. Già solo la generazione dei miei genitori aveva in meno, rispetto alla mia, l’opulenza di canali televisivi, le console portatili e i videogiochi. E retrocedendo sempre meno. Forse si iniziava a leggere prima e invece di Link al galoppo di Epona si aveva il mito di Fogg e Passepartout che compiono il giro del mondo in ottanta giorni. Senza per questo voler dire che Verne sia meglio di Miyamoto, bensì per dire che il risvolto di tutto ciò è la progressiva saturazione dell’intero campo dell’infanzia da parte della tecnologia. E da parte di un tipo preciso di tecnologia, adesso: non quella delle carte, non quella dei cartoni, ma quella degli smartphone. Gli smartphone non hanno segnato la mia infanzia (altri dispositivi l’hanno fatto), ma entrano nelle vite delle persone ormai sempre più precocemente.
Forse la mia è stata l’ultima o tra le ultime generazioni ad avere un’infanzia prima dello smartphone. Siamo cresciuti pure noi all’ombra allarmante della dipendenza che certi dispositivi tecnologici possono causare, come la televisione e i videogiochi. Ma lo smartphone è diverso, concretamente: sta in una mano, può fare le stesse cose che fanno la televisione e i videogiochi; più tutto il resto. E “tutto il resto” è andato sempre più configurandosi come la gestione pressoché totale non solo della vita sociale e affettiva, ma anche di quella lavorativa, economica, politica, e oserei dire quasi civica. Se si analizzasse retoricamente il discorso di Steve Jobs che accompagna il lancio del primo iPhone, ci si renderebbe conto, al di là delle iperboli pubblicitarie, di quanto gli stessi informatici e ingegneri della Apple fossero consapevoli della rivoluzione tecnologica e antropologica che stavano preparando. All’inizio del suo discorso, Jobs rende esplicita la natura polifunzionale dell’iPhone, che in poco tempo avrebbe semplificato enormemente la vita delle persone, portando in un certo senso all’estremo i rischi già esistenti di dipendenza dalla tecnologia:
Today we’re introducing three revolutionary products of this class. The first one is a widescreen iPod with touch controls. The second is a revolutionary mobile phone. And the third is a breakthrough Internet communications device. So, three things: a widescreen iPod with touch controls; a revolutionary mobile phone; and a breakthrough Internet communications device. An iPod, a phone, and an Internet communicator. An iPod, a phone… are you getting it? These are not three separate devices, this is one device, and we are calling it iPhone. Today, Apple is going to reinvent the phone, and here it is.
Oggi presentiamo tre rivoluzionari prodotti di questa categoria. Il primo è un iPod a schermo panoramico con comandi touch. Il secondo è un telefono cellulare rivoluzionario. E il terzo è un dispositivo per le comunicazioni Internet senza precedenti. Dunque, tre cose: un iPod con comandi touch; un telefono cellulare rivoluzionario; un dispositivo per le comunicazioni Internet senza precedenti. Un iPod, un telefono, un dispositivo per le comunicazioni Internet. Un iPod, un telefono… capite? Questi non sono tre dispositivi separati, questo è un solo dispositivo, e lo chiamiamo iPhone. Oggi, Apple sta per reinventare il telefono: eccolo qua.
Perché ossessionarsi con lo smartphone? Proprio perché è programmaticamente «breakthrough» e «revolutionary». Gli smartphone arrivano per ultimi nella storia degli schermi e all’entropia dell’intrattenimento associano quella della solitudine. Metto in fila gli schermi come in una catena evolutiva e forse lo si vede da soli: il cinema, la televisione, il computer, lo smartphone si succedono e disvelano una matrioska di solitudine. Proprio perché gli smartphone sono tre cose in una e, nel corso del tempo, si è visto, “tutto il resto”. In parallelo poi si rinnovano i miti generazionali e diventano globali: non più Verne, non più Miyamoto, ma il brainrot. Con il paradosso che le persone che questi miti-meme uniscono, oltrepassando le differenze linguistiche con l’IA, sono sempre più isolate fisicamente.
Quella prima volta che sono stato al cinema la sala era piena, invece. Mia mamma era riuscita a trovare tre biglietti, per lei, me e mio fratello, in un angolino attaccati alla parete. I sedili salivano a gradoni e quindi si vedeva bene lo stesso; io quel film visto un po’ di sbieco, da lontano, insieme a tantissima gente sconosciuta, me lo ricordo benissimo.
Qualche mese dopo Steve Jobs avrebbe presentato al mondo il primo iPhone. Dal momento in cui uscivo dal cinema, schermandomi dalla luce con una mano, a quello in cui ho ricevuto il mio primo smartphone, sarebbero passati un po’ d’anni. Trascorsi nel modo che ho ricordato sopra. Ricordarsene porta in un primo momento colori brillanti, di quando in un preciso istante di un pomeriggio qualunque, sulla collina del letto, credevi che i dinosauri di plastica potessero animarsi. Ma ben presto, esaurita anche la nostalgia, sparito del tutto il sollievo minimo di aver vissuto un’infanzia senza smartphone, subentra altro: i colori si sfaldano e le immagini dei miti prefabbricati si raggelano. Su tutto sembra calare lo sfarfallio di puntini bianchi e neri dello schermo televisivo quando non prende il segnale. Lo chiamano effetto neve, per l’appunto. Ci si ricorda, ma qualcosa non tiene, si frappone una distanza, e a me fa un po’ lo stesso effetto neve – un effetto neve su tutte le cose morte e su tutte le cose vive che dell’infanzia restano. Le marche sacre e le litanie pubblicitarie, i personaggi animati che scavalcano la cornice della televisione, il tuo doppio di pixel congelato nell’ultimo salvataggio: su ogni cosa lo stesso effetto neve. Perché eravamo già molto più soli e nemmeno lo sapevamo.
