Ormai è passato qualche giorno da quando sono andato a vedere l’Odissea. Mi sono ripromesso di non affrettare i tempi, di non buttarmi subito ad affastellare i pensieri sparsi in merito, per lasciare piuttosto sedimentare il film nella memoria. Capita a volte di rivalutare un film che, di primo acchito, non mi aveva lasciato granché, semplicemente rivangando retrospettivamente tra i fotogrammi della memoria. Non è però stato questo il caso. Anzi, ripensandoci e parlandone con svariate persone – perché quanto meno si dovrà riconoscere che il merito indiscusso di Nolan è creare l’evento-cinema, includere quasi tutti nel dibattito – mi è parso di inasprirmi sui primi pensieri intontiti, dopo la visione, a forza di ritornarci sopra e usurare il pappone che in questa sede cerco di rendere più ordinato.
Una seconda concessione a Christopher Nolan è che la sua Odissea, non lo si può proprio dire, non è affatto un film brutto. Dal punto di vista visivo, quindi tecnico-fotografico, è ineccepibile; i colori e le ambientazioni, così come le ricostruzioni scenografiche, rendono davvero il film un ottimo prodotto, IMAX o non IMAX che sia. La cosa che, almeno personalmente, fa rabbia è proprio questo presupposto, ovvero che di base non si può dire che è un brutto film. Brucia, perché con questo bagaglio tecnico si poteva davvero ambire al capolavoro, mentre invece bisognerà accettare che è un film godibile, più che accettabile, ma un compitino, cosa che non si addice a uno dei poemi fondativi della nostra cultura e della nostra letteratura, di narrativa e poesia insieme.
Non intendo fare cavilli antiquari sul cast non smaccatamente mediterraneo – nel campo di rielaborazione a un autore è concesso questo e altro, anche se in certe sequenze sembra di assistere a una sfilata di Vogue – o sulla questione relativa ai costumi, che è stata acutamente sbrigliata dalla costumista Ellen Mirojnick, con la dichiarazione di aver voluto tenere fede a un immaginario che coniugasse l’occhio contemporaneo, quello dei Greci di età classica ed ellenistica (cioè come si dovevano figurare loro i personaggi) e ovviamente le ricostruzioni di età micenea. Quelle, a mio avviso, sono polemiche sterili e molto pericolose per la libertà sacrosanta di ricodificazione dell’autore.
Il problema lampante, e sento parlarne troppo poco, è che Nolan ha completamente sbagliato tono. Vorrei sapermi spiegare meglio, ma mi limito a riportare uno stralcio illuminante da On Not Knowing Greek, saggio contenuto in The Common Reader di Virginia Woolf:
Penelope attraversa la stanza; Telemaco va a dormire; Nausicaa lava la biancheria; e le loro azioni ci sembrano colme di bellezza perché loro non sanno che sono belle, sono nati con ciò che posseggono, non ne sono più consapevoli dei bambini e tuttavia, tante migliaia di anni fa, nelle loro piccole isole, sapevano tutto quanto c’è da sapere. Col rumore del mare nelle orecchie, circondati da vigne, prati, ruscelli, sono ancor più consapevoli di noi di un destino inesorabile. La vita nasconde una tristezza che non tentano di mitigare.
Pienamente consci di trovarsi nell’ombra e tuttavia vivi a ogni tremito e barlume di esistenza, lì restano ed è ai greci che ci rivolgiamo quando siamo stanchi del nostro tempo, delle vaghezze, della confusione, del cristianesimo e delle sue consolazioni.
Per me il punto del discorso è questo. Il paragrafo, assai suggestivo, esprime esattamente la sensazione che ho quando leggo un testo greco e, seppur in modo più tiepido, latino. È un sentore di autenticità, di distanza incolmabile e traboccante ammirazione. Il confronto rende evidente quanto siamo uguali e diversi da noi, tremila anni fa. È ciò che speravo venisse carpito in questo film, cosa che non è affatto successa.
Nolan non è l’ultimo arrivato, è tra i registi più influenti oggi in vita e per questo ha una responsabilità molto chiara, soprattutto se decide di scomodare un testo così importante, così capitale. Eppure la sua presunzione è stata tale da curarsi di ricreare le armature con le stesse tecniche di fusione e materiali dell’età del bronzo – ben venga, sia chiaro! –, ma di essersi impuntato a scrivere la sceneggiatura in solitaria. Perché non chiedere aiuto a intellettuali, poeti, grecisti che hanno dedicato la vita a questi testi, che davvero li conoscono? Non basta studiacchiare, spiluccare qua e là qualche esametro dai vari canti per dirsi esperti in materia. E i risultati, ahimè, si vedono: sfido a ricordarsi una linea di dialogo che sia pregnante e sincera la metà del testo originale, che – risulterà stucchevole, ma bisogna ripeterlo – è alla base della nostra cultura letteraria. Non è impossibile, Pasolini ce l’ha fatta con la sua Medea, Fellini con il Satyricon. Bisogna che non venga meno il trasalimento lirico, è difficile, ma non impossibile.
È chiaro che non mi aspettavo un film tutto votato al soffio poetico o oracolare, ma bisognava trovare un compromesso con l’elemento epico d’azione, che in certe sequenze per me è semplicemente stucchevole, troppo reiterato e, nonostante ciò, pavido. Mi spiego meglio, sulla scorta dell’opinione di un caro amico con cui ho visto il film: anche nei momenti in cui Nolan ci vuole, presumo, mettere davanti all’orrore dell’uomo e della guerra, lo fa a metà, con Agamennone statuario e i soldati che caricano le porte di Troia, ma senza l’empietà, senza sangue, senza grida viscerali; insomma, senza il truculento che davvero bisognerebbe mostrare. Ed è un peccato, perché invece la sequenza di Circe, con lei che affonda la mano nella trachea dei soldati e li rimodella come fossero plastilina, oppure dei Greci nelle angustie del cavallo sembravano muovere verso la direzione giusta.
Non ce l’ho con Nolan per i cambiamenti di trama, di particolari o per certe omissioni: quello, come dicevo prima, è assolutamente legittimo. Fellini, addirittura, integra blocchi narrativi di cui nel Satyricon non c’è neanche l’ombra, preservando però la dimensione ora sublime, ora triviale del testo di partenza. In breve, ci vuole rispetto e venerazione quando si lavora partendo da opere così importanti. Aki Kaurismäki risponde così a un intervistatore che gli chiede del suo primo lungometraggio, Delitto e castigo, tratto dall’omonimo romanzo di Dostoevskij:
Ho deciso di cadere dall’alto, non dalla stupidità. Scrivi una sceneggiatura stupida e inizi a cadere da questo livello. 20 centimetri in basso, poco importa. Se invece sali e poi cadi, è più elegante. E anche perché ho letto il libro-intervista di Truffaut a Hitchcock [ndr, Il cinema secondo Hitchcock]. E Hitchcock ha detto: “Non oserei mai toccare quel libro. È troppo difficile.” E io ho detto: “Adesso ti faccio vedere io, vecchio”. Ed era davvero troppo difficile. Beh, è il mio problema. Ma ero giovane, perciò sono scusato.
Kaurismäki ricorda con un sorriso sulle labbra l’esuberanza di quel tempo, mentre Nolan azzarda un’operazione molto più rischiosa. Si grida già al capolavoro, al film spartiacque; risulterà brutale, ma credo e spero che non farà scuola, per il semplice – quanto complesso – fatto che non è sincero, ma “processato”. Perché mezz’ora di sequenze con il botulino e la pelle tirata di Charlize Teron-Calipso non valgono questi tre semplici versi, malinconici e splendidi (Od. I, vv 57-59, in traduzione di R. Calzecchi Onesti):
θέλγει, ὅπως Ἰθάκης ἐπιλήσεται· αὐτὰρ Ὀδυσσεύς,
ἱέμενος καὶ καπνὸν ἀποθρῴσκοντα νοῆσαι
ἧς γαίης, θανέειν ἱμείρεται. […][ndr, Calipso] lo incanta, perché scordi Itaca. Invece Odisseo,
nel desiderio di scorgere sia pur solo il fumo, che balza
dalla sua terra, vuole morire. […]
