Come avviene che un ritmo sciorinandosi diventi un endecasillabo? Se è vero che una precedenza esiste, e il ritmo è nella lingua, il metro nel pensiero. Il metro cioè costringe a ritmo avvenuto, sulla base della distribuzione degli accenti, degli spazi atoni, o della quantità vocalica o del tono.
Ma la domanda potrebbe essere più ampia: come avviene che una costrizione, come quella della metrica, porti con sé senza tradirla un’esperienza? Per poi sorpassarla, anche, e arrivare a un punto di verità?
La definizione che di poesia dà Wordsworth, nella Preface alle Lyrical Ballads, è famosa: «emotion recollected in tranquillity». L’emotion ha un ritmo che il metro codifica in tranquillity. Ma ciò non basta a spiegare l’arbitrarietà della codificazione. A rischio di essere banale, retrocedo ulteriormente.
Arbitraria è in partenza la lingua, che ricopre di significanti senza senso i significati della realtà, tracciando linee che non esistono di per sé ma che ormai, ai nostri occhi, ci rappresentano il mondo. Il metro dipende dalla lingua, come si è detto: l’endecasillabo italiano non è l’alessandrino francese, il pentametro inglese non ha niente a che fare con quello greco antico. Il metro ha una sua “naturalezza” e unicità. L’arbitrarietà viene meno, adesso, ma aumenta l’evidenza di una condanna: quella alla propria lingua.
Verrebbe da dire che come è inevitabile parlare la propria lingua, così è inevitabile l’arbitrarietà di una certa parola al posto di un’altra, con quell’accento che nella catena del verso dà, per dirne uno, il ritmo trocaico ricercato. La lingua è arbitraria, lo saranno anche i testi che la usano per tradurre la vita. Eppure proprio a questi testi in versi, nel momento del loro massimo artificio, attribuiamo, anche a livello di discorso sociale, il massimo della sincerità.
Per uscire da quello che mi è sempre sembrato un controsenso, proverei a introdurre una categoria invisibile: il tempo. Altri la chiamano silenzio. In ogni caso, se un legame può esserci tra esperienza e costrizione, tra urgenza e tecnica, questo sta nel tempo, nel periodo più o meno lungo, e spesso lungo, di ammutolimento tra l’una e l’altra. L’esempio più evidente è quello del Canzoniere di Petrarca, dove l’esperienza amorosa è sempre ricordata. Ma il tempo verbale è esteriore: nella poesia contemporanea abbondano i presenti e i futuri. Quel che resta è che il legame tenace che si può intravedere tra l’esperienza e il testo, da cui deriva l’impressione di sincerità, è nel tempo, nel silenzio.
Milo De Angelis ha ripetuto più volte (e questa in un’intervista) che la parola poetica è
la più silenziosa perché viene da un luogo remoto, aspro, disabitato e compie un cammino lungo e solitario prima di affacciarsi sul foglio, un cammino a ostacoli, pieno di muri, dighe, posti di blocco e sbarramenti, nelle grotte più buie della nostra vita.
Sono gli stessi luoghi ostili del sonetto XXXV del Canzoniere:
Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.
E si attraversano «mesurando».
La parola poetica si raggiunge con fatica e difficoltà. Per poter dire qualcosa di valido e universale, si deve ricorrere al rischio dell’arbitrarietà, ma senza fatica la battaglia è persa in partenza. Il metro stesso è figura di questa fatica: è l’astrazione che non si vede, la simulazione di naturalezza che dà la naturalezza.
La poesia astrae e seleziona per il metro, e ci si renderà conto che il punto di verità si dà solo con l’assottigliamento. L’assottigliamento è presente anche, a tutti i livelli, nella messa in pratica dell’etica taoista per come è presentata nel Tao Te Ching:
Il più grande vaso è l’ultimo a essere finito.
La più grande musica ha il suono più sottile.
La più grande immagine non ha forma.
C’è qualcosa di taoista nella poesia, perché deve assottigliarsi per essere essenziale, per essere qualcosa di davvero importante, soprattutto di fronte alla sproporzione dello sproloquio, dello sperpero di parole, del brusio.
In passato l’assottigliamento è stato chiamato anche labor limae e talvolta sprezzatura; oggi ci consente di leggere l’Eneide di Virgilio, i Canti di Leopardi, la Waste Land di Eliot. È il segreto del classico. L’impressione di sincerità genera un’emozione e qualcosa è cambiato. Se un testo riesce a giungere a così tanto, a così poco, quello è il suo punto di verità.
Tempo fa parlavo con un amico dell’incredibile capacità dell’intelligenza artificiale ai suoi inizi di riprodurre fedelmente lo stile di uno scrittore. Mi mostravo scettico, per difendermi, ma gli esempi sembravano parlare chiaro. E va bene. Ma mi chiedo, se nel rigurgito che è il testo dell’intelligenza artificiale sono proprio assenti tempo, silenzio e assottigliamento, dove può risiedere il suo punto di verità? Forse l’intelligenza artificiale ci conferma che tutto è forma?
Forse sì, ma non lo possiamo accettare. L’intelligenza artificiale non parla la nostra lingua, nemmeno il nostro stesso linguaggio. Eppure l’inganno me lo sono procurato io stesso: se l’assottigliamento è qualcosa di invisibile, sulle nostre caute edizioni con copertine colorate, come potremo distinguere le due intelligenze? Come potremo vincere la battaglia?
