A.M.A.N.A.Z. è il nome di una delle più importanti band rock dello Zambia. Si tratta di un acronimo che sta per “Ask Me About Nice Artists in Zambia”. L’articolo vuole riproporre l’invito ai lettori, fornendo una visione d’insieme del fenomeno, sviluppatosi tra il 1964 e gli inizi degli Ottanta, conosciuto come zam-rock.
La nostra storia inizia il 26 ottobre del 1964. In questo giorno il Nord Rhodesia affermò la propria indipendenza dai colonizzatori inglesi e cambiò nome in Zambia. A capo del governo fu posto Kenneth David Kaunda, l’allora guida dell’UNIP (Partito Unito dell’Indipendenza Nazionale).
L’UNIP decise di istituire un movimento di protesta non-violenta conosciuto come “Cha cha cha”. Tale movimento (secondo le parole di Kaunda, suo capofila, “Patient, non-violent in thought, word or deed”) attuava la sua protesta tramite occupazioni, distruzioni di ponti e strade. Nonostante la natura pacifica del movimento, gli inglesi cercarono di reprimerlo nel sangue, fino a quando non furono costretti a sedersi al tavolo con l’UNIP.
Conquistata l’indipendenza, bisognava formare un’identità nazionale. Molti progetti furono proposti da Kaunda, tra cui una rivoluzione dei mass media. Parlo, in particolare, della trasformazione, avvenuta nel 1966, della ZBC (Zambia Broadcasting Corporation), di origine coloniale, in ZBS (Zambia Broadcasting Service) e della conseguente annessione del servizio televisivo nella suddetta (1967). Con il controllo dei mass media fu varata da Kaunda, nel 1975, una legge che imponeva che il 95 % della musica totale trasmessa nelle radio nazionali, dovesse essere zambiana (senza alcuna limitazione per la lingua da usare, che poteva essere sia l’inglese che il bemba).
Questa riforma sarebbe stata il trampolino di lancio per tutti i gruppi nati a seguito dell’indipendenza. In Zambia, al contrario di quello che si è abituati a pensare, tutte le rivoluzioni culturali che si susseguirono in quegli anni, occidentali e non (l’Afrobeat di Fela Kuti e degli Osibisa, in Africa, del rock, di Woodstock e dell’hard rock in occidente), furono assimilate molto velocemente. Il pubblico di queste band era composto principalmente da giovani lavoratori che, con l’instaurazione del nuovo governo, avevano finalmente la possibilità di condurre uno stile di vita migliore, grazie al miglioramento generale delle condizioni di vita. Così, dopo il lavoro nelle miniere di rame, i giovani si ritrovavano nei locali ad ascoltare le loro band preferite. Questa prospettiva di un futuro diverso finì tuttavia molto presto, verso la fine degli anni Settanta, poiché il partito di maggioranza, l’UNIP, che aveva già bandito l’opposizione politica nel 1968, impose il coprifuoco costringendo i gruppi a esibirsi unicamente di giorno e portandoli, così, lentamente, a dissolversi.
I gruppi protagonisti di questo periodo d’oro furono assai numerosi, pertanto presenterò quelli secondo me più rappresentativi.
W.I.T.C.H.
Band tra le più famose, tuttora esistente e attiva, anche i W.I.T.C.H., come gli A.M.A.N.A.Z., scelsero un acronimo come nome, che sta per “We Intend To Cause Havoc”. La loro discografia è molto vasta e copre gli anni che vanno dal 1972 al 1984.
Si sono ultimamente riuniti e hanno pubblicato due album: Zango nel 2023 e Sogolo nel 2025. I W.I.T.C.H. propongono un genere che si rifà molto al rock classico (quello dei Beatles e dei Rolling Stones) come testimoniano, in particolare, album come Introduction (1972) o In the Past (1974). Dopo una fase di sperimentazione con la disco music con Movin’ On (1980) e Kuomboka (1984), sono tornati al rock mediato, ora dalla musica popolare zambiana, la Kalindula. Questo ritorno alle origini è evidente anche grazie all’utilizzo della lingua autoctona, il bemba, in pezzi come “Nashingilile” (nell’album Zango del 2023).
Musi-O-Tunya
Si tratta della band di Rikki Ililonga, considerato il padrino dello zam-rock.
Produssero un unico album, Dark Sunrise (1975). Il loro stile ha un’identità più forte di quella dei primi W.I.T.C.H. Cantano in bemba, tranne che per poche tracce, e sono stati molto influenzati dalla musica popolare e da artisti come Jimi Hendrix. Tracce come quella che dà il nome al disco, “Dark Sunrise”, o “Chalo Chawama” presentano linee di chitarra aggressive. Altre come Walk and Fight sono invece più legate alla tradizione folklorica. Rikki Ililonga continuerà poi la sua carriera da solista.
Ngozi Family
Band dell’icona dello zam-rock Paul Ngozi, si configura come un progetto molto rappresentativo del genere. La loro discografia si compone di 14 album in studio, tutti pubblicati negli anni dal 1976 al 1982. Ngozi Family ha uno stile tutto suo, crudo e violento, che si rispecchia anche nelle copertine degli album, subito riconoscibili per le grafiche aggressive e i colori accesi, come la copertina di 45.000 volts. Purtroppo il gruppo si scioglierà con la morte di Paul Ngozi nel 1989, probabilmente dovuta all’epidemia di AIDS che colpì tutta l’Africa in quegli anni.
A.M.A.N.A.Z.
Gruppo che ha pubblicato un unico album: Africa, un inno al loro continente, dalle sfumature amare e malinconiche, come suggerisce l’ultima traccia, recante lo stesso titolo del disco. Troviamo però anche brani che esprimono l’orgoglio di essere africani come nel caso di “The History of the Man”.
La scena rock zambiana degli anni Settanta è molto variegata: sarebbe stato impossibile proporre una panoramica esaustiva di tutti gli artisti protagonisti di quel momento. Ci sono, però, alcune menzioni onorevoli, come Keith Mlevhu, polistrumentista dal grande talento, o i Cosmos Zani, gruppo di cui ci è arrivata un’unica traccia: “Poverty”, dal carattere psichedelico e fantascientifico. Dopo un lungo periodo di crisi, tuttavia, oggi, lo zam-rock sta vivendo un periodo di rinnovato interesse. Infatti, molti di noi, inconsapevolmente, hanno ascoltato brani zambiani. Sto pensando al caso di Tyler the Creator o di Travis Scott, i quali in “Noid” e in “Sirens” hanno campionato due pezzi zambiani (“Nizakupanga Ngozi”, dei Ngozi Family, da 45.000 volts, e “Nsuka Lwendo”, degli A.M.A.N.A.Z., da Africa). Infine, grazie all’impegno di case discografiche come Now-Again, questi dischi rovinati, perduti o semplicemente dimenticati, godono ora di nuova vita e sono finalmente fruibili anche per il pubblico occidentale.
