TERZA PERSONA

Rivista di cultura e attualità

Il lavoro: uno sguardo filosofico

Dalla radice sanscrita rabh– mutata in labh– deriva il greco λαμβάνω (lambano), che propriamente significa “afferrare”, “ottenere”, “impossessarsi”. Il latino ne ha ripreso la radice coniando la parola labor, cioè “fatica”, da cui viene il nostro lavoro. Nella stessa etimologia di lavoro, dunque, si instaura un’ambivalenza. Da una parte  (labor) il lavoro necessita di una fatica fisica, è impegnativo, è uno sforzo ben espresso dal francese travailler, da cui il nostro travaglio. Dall’altra parte (lambano) il lavoro ha una forte connotazione positiva nella misura in cui permette l’oggettivazione di questa fatica, consentendo dunque di imprimere il proprio segno nel mondo, sia esso materiale (un oggetto) o spirituale (l’insegnamento, l’arte e così via). Non a caso, questi due aggettivi compaiono nell’articolo 4 della Costituzione italiana che presenta il progresso della società come il fine a cui deve tendere l’uomo adempiendo al proprio dovere, appunto, di lavorare. Nel lavoro l’uomo afferma la propria personalità e indipendenza, vede in esso la sua dignità. Storicamente, è stata la lunga e progressiva ascesa della borghesia, con il passaggio dal feudalesimo al capitalismo, a introdurre un concetto di lavoro quale possibilità di realizzazione personale: intraprendenza, ingegno e operosità distinguevano  questa nuova classe dall’aristocrazia e dal clero, la cui ricchezza era ereditaria. Ma quali sono le accezioni  originarie del termine “lavoro” e cosa ci dicono dell’essenza dell’uomo? In un mondo in cui spesso si lavora per qualcun altro (una multinazionale, un brand, un’azienda), può essere utile recuperare un’idea di lavoro  come capacità innanzitutto trasformativa del singolo, come caratteristica dell’essere umano che agisce nel mondo plasmandolo. 

All’uomo disse: «Poiché hai mangiato dall’albero, 

maledetto il suolo per causa tua! 

Con dolore ne trarrai il cibo 

per tutti i giorni della tua vita. […]

Con il sudore del tuo volto mangerai il pane». 

(Genesi) 

La storia dell’umanità inizia, almeno in senso cristiano, con una condanna al lavoro. La punizione per il peccato originario, che interrompe irrimediabilmente la condizione di serenità dell’Eden, non ha come conseguenza la morte, né di Adamo né di Eva, o una qualsiasi altra pena. Ha invece una precisa maledizione,  quella di lavorare il suolo con dolore e con sudore. Considerato in questa accezione – lavoro come movimento del corpo finalizzato a “trarre il cibo” e “mangiare il pane” – esso è assimilabile a ciò che Arendt in Vita activa chiama labour, ossia «tutte le svariate occupazioni solitarie intraprese dall’uomo con il solo scopo di  mantenere e riprodurre la vita». Dunque i prodotti di questo specifico lavoro saranno quelli necessari al sostentamento e in quanto tali consumati immediatamente dopo la produzione. La filosofia occidentale comincia con la marginalizzazione di quest’attività. Nella Repubblica di Platone coloro che provvedono ai beni materiali (contadini, artigiani, mercanti) possiedono per natura un’anima concupiscibile, per cui sono decisamente inferiori ai guardiani e ai governanti in quanto la loro prerogativa non è l’attività teoretica pura ed elevata. Questa concezione negativa del lavoro manuale passa poi dalla Grecia a Roma e quindi dal greco al latino. Le lingue romanze lo dimostrano, dando prova di quanto sia stretto il nesso linguaggio-pensiero-essere: l’aggettivo rudis, che inizialmente indicava semplicemente un prodotto della terra non lavorato, oggi designa una persona scortese; un “cafone” in origine non indicava un uomo grossolano, ma un contadino del sud; il “villano” non era un maleducato ma una persona che abitava la villa, cioè la campagna, e così via. Ora, una simile concezione del lavoro manuale – e non il lavoro in sé – ci assimila alle bestie (siamo rudi, cafoni, villani) mentre di animalesco in questa attività non c’è niente. Al contrario: produrre un alimento, lavorare la terra non è proprio delle bestie, ma è il primo modo con cui l’uomo si pone in contatto diretto con la natura. Il labour in senso arendtiano è l’unico lavoro di cui non possiamo fare a meno. Noi non siamo mai liberi dal lavoro della terra, ma siamo liberi di vivere grazie a ciò che questo stesso lavoro produce. Nel chiedersi quale sia il suo luogo originario, l’uomo non può che trovare una vera risposta nel suo rappacificamento con il mondo naturale, senza il quale morirebbe: ciò che è humanus è innanzitutto hummus, terriccio. «Siate fedeli alla terra», direbbe Nietzsche, e non solo nel senso di non sperare in un mondo ultraterreno, ma prima ancora di questo si tratta di riconoscere che l’uomo è figlio della terra e su di essa ritorna come si ritorna a una madre: poiché ne ha bisogno, poiché lì è nato. In un mondo sempre più sofisticato, tecnologico e astratto, è forse il caso di ricordarselo spesso. 

In risposta a un’idea di una campagna incivile e rozza quale è stata definita finora, nel corso del tempo si è diffuso il topos bucolico di una campagna, al contrario, idilliaca, concetto che ha portato a una sempre più accentuata contrapposizione con la città, che sarebbe invece il luogo dell’alienazione, della sporcizia, del dolore, del lavoro. Quest’ultimo in città non è più inteso come lavoro della terra, ma come creazione di oggetti,  di merci, di servizi ecc. Dopo aver analizzato il labour, continuiamo a far riferimento ad Arendt per parlare, quindi, di work. I prodotti di questo tipo di lavoro hanno carattere permanente, poiché invece di essere immediatamente consumati formano il mondo artificiale, stabilizzano dunque la vita umana. Ciò che viene creato rimane e può rimanere, potenzialmente, per sempre, soddisfacendo in un certo senso il desiderio umano di immortalità (io morirò, ma la sedia che ho prodotto no) e di rassicurazione (vedere più volte nel  tempo lo stesso oggetto dà stabilità alla mia vita). Così facendo l’uomo si pone in una dimensione storica, lineare e non più circolare come avviene invece nella natura. In questo senso, il lavoro è prassi specifica dell’essere umano: l’uomo fa la sua esistenza facendo il mondo intorno a sé (l’homo faber è innanzitutto uomo  artigiano) lasciando tracce, toccando con mano. Proprio la mano, forse più della parola, è ciò che più ci caratterizza in quanto esseri umani: anche l’animale a modo suo comunica, eppure non è in grado di costruire una casa, un vaso, una penna. È ciò che diceva Giordano Bruno nella Cabala del cavallo pegaseo, individuando nella mano «l’organo degli organi», il più importante di tutti. Ed effettivamente, in uno scenario immaginario in cui si potesse vivere senza lavorare, l’uomo risulterebbe mancante, come mutilato di una parte fondamentale, ovvero la sua essenza demiurgica. In questo senso, interessante è il contributo di Sennett quando sostiene che anche le facoltà superiori come il ragionamento sono profondamente influenzate dal materiale. Non soltanto nel senso che il mondo sensibile forma il contenuto del nostro pensiero, ma nel senso che esso determina il nostro modo di pensare e, per dirla con le parole di Sennett, «l’intuizione può essere costruita». Il musicista vede il pianoforte sensibile e può quindi pensarlo, ma è soltanto toccando i tasti che può ideare e produrre una melodia.  

Per Aristotele il lavoro era prerogativa dello schiavo, secondo l’etica protestante è segno della predestinazione di Dio, in ottica hegeliana esso è il passaggio fondamentale che consente la scoperta della propria libertà. Per Marx, dovrebbe essere manifestazione di libertà, ma diventa momento di alienazione. Oggi si fa fatica a concepire il lavoro in chiave ontologica e a conferirgli uno statuto filosofico. Le questioni relative al lavoro sono giustamente sociali, politiche, prima che oggetti di dibattito teorico. Ma oggi, 1 maggio, valeva forse la pena di rifletterci un po’ di più. La richiesta di salari più decenti, di un orario lavorativo umano, di più sicurezza sul lavoro e così via, prima che con la politica hanno a che fare con la dignità dell’essere umano. Come si è visto brevemente, tanto nell’accezione di labour che di work, l’uomo lavorando imprime il proprio segno nel mondo, contribuisce allo sviluppo della società, trasforma la fatica in risultato. Insomma, nel definire il concetto di lavoro si gioca anche la definizione dell’uomo stesso, che di quel lavoro ne è la mano, la mente, il protagonista. Per questo il lavoro dovrebbe essere l’espressione della capacità trasformativa dell’uomo piuttosto che una fastidiosa necessità o – ancora peggio – un momento di sfruttamento e alienazione. Quando leggiamo che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, dovremmo ripensare proprio a questo.  

Buon 1 maggio a tutte e a tutti.  

Condividi:

Scopri di più da TERZA PERSONA

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere