TERZA PERSONA

Rivista di cultura e attualità

Poesia della metropoli

Prima di tutto, cos’è la metropoli: «Città principale di uno Stato, di una provincia, di una regione, in cui hanno sede gli organi governativi, politici e amministrativi centrali», e poi, in senso generico: «città di vaste dimensioni, densamente popolata, caratterizzata da un’intensa vita sociale ed economica e da una funzione rilevante nell’ambito nazionale e talvolta internazionale. – In partic.: città che conta oltre un milione di abitanti».

E a parte questo, che è il Grande dizionario della lingua italiana di Battaglia, della metropoli si può avere anche un’idea in testa, personale, che può derivare tanto dalle città americane viste in televisione quanto dalla loro evoluzione, la Los Angeles distopica di Blade Runner o la Grande Mela di 1997: Fuga da New York.

Anche se a questa immane, concreta esistenza i versi dovessero opporsi flebilmente, esiste, mi chiedo, una poesia che ha saputo contenerla, la metropoli? Perché la prosa, senza l’obbligo del versus, tra subordinate e incidentali ininterrottamente può rappresentare le compresenze delle strade a più corsie, delle metropolitane, delle folle che si radunano e camminano a correnti contrarie – la prosa sta nel flusso. 

Il flusso della poesia è differente, lo interrompono gli spazi bianchi, non i punti fermi. Gli spazi bianchi interrompono forse troppo bruscamente il discorso, irrealmente. Come ci trovassimo per l’appunto in una «unreal city»:

Unreal city
Under the brown fog of a winter dawn,
A crowd flowed over London Bridge, so many,
I had not thought death had undone so many.
Sighs, short and infrequent, were exhaled,
And each man fixed his eyes before his feet.

Città irreale
Sotto la nebbia bruna di un’alba d’inverno,
Una gran folla fluiva sopra il London Bridge, così tanta,
Ch’i non avrei mai creduto che morte tanta n’avesse disfatta.
Sospiri, brevi e infrequenti, se ne esalavano,
E ognuno procedeva con gli occhi fissi ai piedi. (trad. Roberto Sanesi)

Così Eliot descrive Londra in The Waste Land (1922): a quel tempo la città contava circa sette milioni e mezzo di abitanti, cosa che ne faceva la metropoli più grande al mondo dopo New York. In questa Londra ancora imperiale – impiegatizia molto di più a dire il vero – le persone scorrono in un’unica folla («A crowd flowed») sul London Bridge e nemmeno sembrano persone, ma morti che camminano («so many, / I had not thought death had undone so many», con celebre ripresa di Dante, da Inferno, III, 57). I loro sospiri, benché «short and infrequent», sono udibili, anche da questa distanza panoramica da lettore o spettatore quasi dantesco. Ma non è la «unreal city» che sto cercando, quella dove abitano i fantasmi, trasfigurata e creata dall’allegoria, quella che si guarda come affacciandosi su un inferno.

Vado quindi oltre Eliot, e, visto che si è citata, a New York, negli anni Cinquanta dell’Ottocento, quando Walt Whitman scrive “Crossing Brooklyn Ferry”. All’epoca New York superava il mezzo milione di abitanti ed era comunque tra le città più grandi al mondo, se non fosse che la situazione era ribaltata e Londra (oltre il milione di abitanti) era la metropoli impareggiabile.

“Crossing Brooklyn Ferry” è una lunga poesia divisa in nove parti. Inizia così:

Flood-tide below me! I see you face to face!
Clouds of the west—sun there half an hour high—I see you also face to face.
Crowds of men and women attired in the usual costumes, how curious you are to me!
On the ferry-boats the hundreds and hundreds that cross, returning home, are more curious to me than you suppose,
And you that shall cross from shore to shore years hence are more to me, and more in my meditations, than you might suppose.

Alta marea sotto me! a faccia a faccia ti vedo!
Nubi dell’ovest – il sole ancora lassù per mezz’ora – a faccia a faccia vedo anche te.
Folle di uomini e donne, con indosso le solite vesti, quanto strani voi mi sembrate!
Sui ferry-boat centinaia e centinaia che attraversano il fiume per tornare a casa, mi sembrano più strani di quanto potete supporre,
E voi che solcherete il fiume da riva a riva di qui a molti anni, rappresentate per me, rappresentate per le mie meditazioni, ben più di quanto possiate supporre. 
(trad. Enzo Giachino)

Lo sguardo non è gelido come quello di Eliot; è anzi spinto da una curiosità ardente a conoscere gli uomini e le donne che in carne e ossa salgono sul traghetto e attraversano il fiume. Sono sempre una folla, ma al plurale: «crowds», che rimano internamente con «clouds». Anafora ed elenco le strutturano stilisticamente, soprattutto più avanti nel testo («Others will enter the gates of the ferry and cross from shore to shore, / Others will watch the run of the flood-tide, / Others will see the shipping of Manhattan north and west, and the heights of Brooklyn to the south and east»), un po’ come l’anafora e l’elenco strutturano l’apparenza di una metropoli, soprattutto se la si percorre muovendosi su un mezzo pubblico, con lo sguardo che cambia prospettiva a ogni istante. Il testo di Whitman, specularmente a quello di Eliot, restituisce la metropoli in uno sguardo, in uno sguardo ben individuato, soprattutto rivolto alle persone (alle folle, alle «crowds»): è uno squarcio, là visionario, qua impressionistico. Ma resta uno squarcio.

Anche la Parigi di questi stessi anni (oltre un milione di abitanti) diventa per Baudelaire «une allegorie». Un altro squarcio. Ma non è un semplice squarcio quello che cerco. È piuttosto la forma poetica che contiene la metropoli, nel suo senso di immane grandezza, sproporzionata rispetto al piccolo individuo che ci cammina.

Un’altra metropoli è Roma – sì, ma tra I e II sec. d. C., quando supera il milione di abitanti ed è la città più grande del mondo antico. Se seguiamo un poeta arcigno, Giovenale, che cammina per le sue vie, troviamo lo stesso una folla, un’«unda» – sempre una folla:

[…] nobis properantibus obstat
Unda prior, magno populus premit agmine lumbos
Qui sequitur; ferit hic cubito, ferit assere duro
Alter, at hic tignum capiti incutit, ille metretam.
Pinguia crura luto, planta mox undique magna
Calcor, et in digito clavus mihi militis haeret.

[…] a me, per quanto mi affretti, fa ostacolo la folla che mi precede, e la gente che viene dietro mi schiaccia le reni in una schiera serrata; e questo mi colpisce di gomito, quest’altro con una sbarra, e questo mi sbatte in testa un’asse, quello una botte. Le gambe mi si ingrassano di fango, grossi piedi mi calpestano da ogni parte, e lo sperone di un soldato mi si conficca in un dito. (trad. Biagio Santorelli)

Poi apro gli Epigrammi di Marziale, che già è di per sé un grosso volume a vedersi. Nel dodicesimo libro, leggo all’epigramma 57:

Cur saepe sicci parva rura Nomenti 
Laremque villae sordidum petam, quaeris? 
Nec cogitandi, Sparse, nec quiescendi 
In urbe locus est pauperi. Negant vitam 
Ludi magistri mane, nocte pistores, 
Aerariorum marculi die toto; 
Hinc otiosus sordidam quatit mensam 
Neroniana nummularius massa, 
Illinc balucis malleator Hispanae 
Tritum nitenti fuste verberat saxum; 
Nec turba cessat entheata Bellonae, 
Nec fasciato naufragus loquax trunco, 
A matre doctus nec rogare Iudaeus, 
Nec sulphuratae lippus institor mercis.
[…] Nos transeuntis risus excitat turbae, 
Et ad cubilest Roma. Taedio fessis 
Dormire quotiens libuit, imus ad villam.

Mi chiedi perché mi reco spesso nella piccola campagna del mio arido poderetto nomentano e alla mia modesta casa di campagna? Per un povero, o Sparso, non c’è a Roma un posto né per pensare, né per dormire. Rendono impossibile la vita al mattino i maestri di scuola, di notte i fornai, tutto il santo giorno i martelli dei fabbri; qui l’ozioso cambiavalute fa risuonare sul suo sporco banco un mucchio di monete neroniane; là il martellatore di pagliuzze d’oro spagnole batte col suo lucido martello il logoro sasso; la schiera invasata dei sacerdoti di Bellona non si ferma un momento nella sua attività, né il loquace naufrago col petto fasciato, né il giudeo ammaestrato dalla madre a mendicare, né il cisposo venditore ambulante di zolfanelli. […] Io sono svegliato dal riso della folla che passa, e ho Roma presso il mio letto. Stanco dal fastidio, quando voglio dormire, me ne vado in campagna. (trad. Giuseppe Norcio)

Un’altra folla («turba»), un altro elenco di persone e mestieri che strepitano e fanno rumore (battono sul finale, sul ritmo scazonte dei versi – cioè sull’accostamento in sequenza di due accenti metrici: «quatìt mènsam», «verberàt sàxum», «excitàt tùrbae»), invadono l’individualità («ad cubilest Roma», che sembra quasi “l’intera Roma è al mio capezzale”). Dunque, le persone più che la città e la sua urbanistica: nessuna descrizione dei fori o dello skyline di templi e acquedotti. D’altra parte, sarebbe prerogativa della poesia alta e rarefatta dell’ekphrasis tenerne traccia: quella poesia che cioè programmaticamente descrive le grandi opere d’arte (ekphrasis viene dal greco ek e phrazo, vale a dire, letteralmente, “parlare fuori”, dunque “descrivere”). Ancora più interessante e inevitabile è che per trovare ritratti vividi della città ci si debba rivolgere alla poesia comica della satira o nell’epigramma d’uso immediato, cioè generi a lungo considerati di basso rango dalla retorica classica.

Fin qui anche Marziale dà quindi uno squarcio della metropoli di Roma. Ma se guardo bene il volume degli Epigrammi, al punto in cui mi trovo, il dodicesimo libro, quasi alla fine, e guardo indietro, pare di aver percorso una strada interminabile, che si può risalire nella sua verticalità, di epigramma in epigramma, nella selva di nomi e voci che si sovrappongono, senza il timore di infrangere un intreccio. Anzi, di crocicchio in crocicchio potenzialmente, arbitrariamente, risalirei come perso in una città del passato.

Appare allora chiaro – per queste e future, migliori analisi, quelle che terranno conto delle città amazzoniche, delle distese di discariche e favelas – che l’impressione della metropoli in poesia, la sua vertigine, arrivi al di là del singolo testo in versi: macrotesto, metropoli.

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