Facciamo un gioco. Immaginiamo che sei andato in Spagna a trovare un tuo amico. Starai lì per poco meno di una settimana. Una mattina, accompagnato il tuo amico all’università, rimani solo e decidi di visitare il centro della città. Tra i vari pub e ristoranti, alla fine di una discesa, ti imbatti con un negozio di libri usati, entri e inizi a scorrere con gli occhi i dorsi dei libri. Ci sono libri di tutti i formati: grandi, piccoli, larghi, lunghi, spessi e tra tutti questi libri lo sguardo ti cade su un libriccino di colore bianco. Vedi l’autore e il cognome, ti ricorda il tuo giorno della settimana preferito. Guardi la copertina e trovi, al centro, un’immagine accattivante: una coppia su sfondo viola che guarda il vuoto; in alto, il nome dell’autore a caratteri cubitali e subito sotto il titolo dell’opera: «ERNESTO SABATO – El túnel»; in fondo alla pagina, la scritta «BIBLIOTECA DE BOLSILLO» con accanto un arciere stilizzato.
Lo sfogli, le pagine ingiallite emanano un odore di libro usato. Leggi a volo d’uccello la quarta di copertina e ti rimangono impressi tre dettagli: «Novela de estructura casi policial», «asesinarla», «Albert Camus».
Lo compri, contento, per tre euro. Settimane dopo, ormai in Italia, ti ritrovi stranamente con un po’ di tempo libero e guardando la tua libreria riconosci il libricino. Decidi di leggerlo, ti piace, ed è qui che inizia il gioco: cosa scriveresti se dovessi parlare di questo libro? Ecco la mia risposta:
Titolo: El túnel Casa editrice: Seix Barral
Autore: Ernesto Sabato Stampato nel: 09/1984
El túnel è il primo romanzo di Ernesto Sabato, considerato uno dei classici della letteratura ispano-americana e in particolare argentina. Insieme a Sobre héroes y tumbas decreterà la fama internazionale dell’autore.
Uscito per la prima volta nel 1948, ricevette un’immediata attenzione da parte della critica che si concentrò sugli aspetti filosofico-psicologici del romanzo. Fu acclamato da autori del calibro di Albert Camus e Graham Greene.
La storia è narrata in prima persona dal protagonista Juan Pablo Castel, che come afferma nella prima riga del libro è «el pintor que mató a María Iribarne» (il pittore che uccise Maria Iribarne). I personaggi principali sono infatti questi due; Maria, seguendo le parole di Juan, era l’unica donna che lo comprendeva.
Nella finzione letteraria ci troviamo di fronte alla confessione scritta dal protagonista che, senza l’intenzione di voler essere assolto, stende questo libro perché mosso da «la débil esperanza de que alguna persona llegue a entenderme» (la lieve speranza che qualcuno arrivi a comprenderlo). Nella lettura seguiamo infatti tutto il processo che porterà all’omicidio confessato nella prima pagina, immergendoci nella mente malata di Juan.
Difficile incasellare El túnel in un genere letterario preciso. Riprendiamo quindi la definizione fornita dalla quarta di copertina: una «Novela de estructura casi policial», una specie di giallo, simile a quelli che andavano di moda all’epoca. Ricordiamo infatti che, nella prima metà del Novecento, specialmente nei paesi anglofoni, le detective stories erano molto lette ed esistevano persino riviste dedicate ai racconti di questo genere. Leggendo El túnel secondo questa prospettiva notiamo moltissime analogie. Il protagonista si caratterizza rapidamente come un detective alla Maigret. Juan, infatti, durante tutto il libro, isola i singoli episodi che lo porteranno all’omicidio, spiegando per filo e per segno i ragionamenti che vi stanno dietro; costruisce, poi, il fascino fatale di María imputandola di un qualche reato non ben definito, frutto della paranoia del protagonista e sul quale si sente chiamato ad indagare seguendo l’intuito e il metodo induttivo, proprio come un bravo detective.
Sabato inserisce anche riferimenti diretti alla “novela policial”, come nel capitolo XXV, dove Juan si trova in un salotto a parlare di questo tipo di romanzi con Hunter (cugino di Allende: marito di Maria) e Mimi (amica di Hunter). Mimi, superficiale, borghese e, non a caso, famelica lettrice di novelas policiales, introduce un nuovo argomento agli ospiti:
Poi si misero a parlare di romanzi polizieschi: sentii all’improvviso che la donna domandava a Hunter se avesse letto l’ultimo romanzo della collana “Séptimo circulo” [collana di romanzi polizieschi e gialli fondata e diretta da Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares nel 1945 per la casa editrice argentina Emecé, ndr].
Qui Hunter esprime il suo parere su questo tipo di storie e dice:
“E perché?” rispose Hunter. “Tutti i romanzi polizieschi sono uguali. Uno all’anno, va bene. Ma uno alla settimana mi sembra dimostrare poca immaginazione nel lettore.”
Piccata Mimi risponde:
“Non dire sciocchezze,” disse. “Sono l’unico genere di libri che posso leggere in questo periodo. Ti dirò che li adoro. Tutto così complicato, con detective incredibili, che sanno ogni cosa: l’arte dell’epoca Ming, la grafologia, la teoria di Einstein, il baseball, la chiromanzia, l’economia politica, le statistiche sull’allevamento dei conigli in India. E poi sono meravigliosamente infallibili. Non è vero?”
Poche righe dopo, l’intento formale di Ernesto Sabato si palesa: vuole scrivere il Don Chisciotte delle novelas policiales:
Hunter, in effetti, non si fece pregare a lungo. “La mia teoria,” spiegò, “è la seguente: il romanzo poliziesco rappresenta nel XX secolo ciò che rappresentava il romanzo cavalleresco all’epoca di Cervantes. Non solo: credo che si potrebbe fare qualcosa di equivalente al Don Chisciotte: una satira del romanzo poliziesco. Immaginatevi un individuo che ha passato la vita leggendo romanzi gialli e che è arrivato alla follia di credere che il mondo funziona come un romanzo di Nicholas Blake o di Ellery Queen. Immaginate che questo poveretto si metta a cercare di risolvere delitti e ad agire nella vita reale come il detective di un romanzo. Credo che ne potrebbe venir fuori qualcosa di divertente, tragico, simbolico, satirico e accattivante.”
Torniamo però, dopo aver dimostrato l’intento di Sabato, alla nostra cara prima pagina. Già da qui tutte le conseguenze formali e tematiche di questo genere letterario sono palesi. Abbiamo: un omicidio efferato, un assassino e, soprattutto, una prosa paratattica ricca di punteggiatura come Simenon comanda:
Sarà sufficiente dire che sono Juan Pablo Castel, il pittore che ha ucciso Maria Iribarne; suppongo che il processo sia rimasto nel ricordo di tutti e che non occorrano ulteriori spiegazioni sulla mia persona. Ma nemmeno il diavolo sa cosa la gente deve ricordare, né perché.
La prima pagina funge, anche, da introduzione filosofica al libro. Juan si abbandona ad una fondamentale dissertazione sulla società a lui contemporanea e sul suo rapporto con essa. Il ritratto che viene fuori del protagonista è quello di un misantropo, fondamentalmente disinteressato alla vita che si svolge al di fuori dei confini stabiliti dalla sua scatola cranica. Leggendo poi El túnel in ottica comparatistica e seguendo la suggestione della quarta di copertina, dove si cita Albert Camus, si intravedono dei punti in comune tra Juan e Mersault, protagonista dello Straniero di Albert Camus uscito nel 1942: sono entrambi disillusi sul mondo ed entrambi iniziano la propria storia con una morte. La grande differenza sta nella personalità di Juan, personaggio profondamente nevrotico e, in quanto tale, ossessionato dalla necessità di far quadrare la realtà. Sarà infatti proprio questa necessità a renderlo prima detective e poi assassino.
Proprio per la natura disturbata di Juan, l’unica, breve presa di coscienza sarà la parte più importante del libro, come ci viene suggerito dalla citazione in esergo presa dal romanzo stesso: «…en todo caso, había un solo túnel, oscuro y solitario: el mío» (esergo assente nell’edizione italiana).
