Roberto Bolaño (Santiago del Cile, 1953 – Barcellona, 2003) è appartenuto alla categoria di scrittori capaci di creare un universo proprio. Modellato sulla sua gioventù, l’immaginario di Bolaño si muove tra l’America del Sud e la Spagna, ed è composto da studenti di letteratura, aspiranti scrittori, poeti, prostitute, spacciatori, mafiosi, detective, poliziotti, omosessuali, pazzi, sesso. Nonostante sul suo bigliettino da visita avesse fatto scrivere: “Roberto Bolaño, poeta e pigro”, la sua opera conta dodici romanzi, una raccolta di tutte le poesie, tre libri di racconti pubblicati in vita più altri racconti e romanzi usciti postumi. Lui stesso dichiarò che ognuno dei suoi libri, senza uno schema preciso, poteva avere un numero pressocché infinito di pagine.
Chiamate telefoniche, il primo libro di racconti pubblicato da Bolaño nel 1997, si apre con Sensini, che già dalla prima pagina contiene tutto l’universo bolañiano. Senza contare lo spazio bianco della pagina che separa il titolo dall’incipit del racconto, la prima pagina appare così (edizione italiana Adelphi):
SENSINI
Il modo in cui si sviluppò la mia amicizia con Sensini è senza dubbio insolito. A quei tempi avevo ventidue anni ed ero povero in canna. Vivevo nei dintorni di Girona, in una casa fatiscente che mi avevano lasciato mia sorella e mio cognato quando se n’erano andati in Messico e avevo appena perso un posto come guardiano notturno in un camping di Barcellona, un lavoro che aveva acuito la mia tendenza a non dormire di notte. Non avevo praticamente amici e dedicavo il mio tempo a scrivere e a fare lunghe passeggiate che cominciavano alle sette di sera, poco dopo essermi svegliato, momento in cui il mio corpo provava qualcosa di simile al jet lag, una sensazione di esserci e non esserci, di distacco rispetto a quanto mi circondava, di indefinita fragilità. Vivevo di quel che avevo risparmiato durante l’estate e anche se non spendevo quasi niente i miei risparmi si andavano assottigliando con il passare dell’autunno. Fu forse questo a spingermi a partecipare al Concorso Nazionale di Letteratura di Alcoy, aperto a scrittori di lingua spagnola, non importa quale fosse la loro nazionalità o luogo di residenza. Il premio era diviso in tre categorie: poesia, racconto e saggio. Dapprima pensai di presentarmi per la poesia, ma dare in pasto ai leoni (o alle iene) quello che mi riusciva meglio mi parve indecoroso. Poi pensai di presentarmi per la saggistica, ma quando mi mandarono il regolamento scoprii che questa doveva vertere su Alcoy, i suoi dintorni, la sua storia, gli uomini illustri, la proiezione verso il futuro, e questo superava le mie capacità. Decisi, quindi, di presentarmi per il racconto e spedii in triplice copia il migliore che avevo (non ne avevo molti) e mi sedetti ad aspettare. (traduzione di Ilide Carmignani).
La prima cosa da notare è: «la mia amicizia» («mi amistad»). In molti romanzi e racconti di Bolaño le vicende sono narrate in prima persona e il lettore è totalmente immerso nel punto di vista di chi racconta e vive la storia. Nei Detective selvaggi, il romanzo-mondo che lo ha reso celebre, i personaggi sono moltissimi e, a partire dalla seconda parte, spesso sono loro stessi a raccontare le proprie azioni al lettore; essendo tanti i personaggi, il cambio di narratore è continuo. La narrazione in prima persona è senza dubbio quella preferita da Bolaño, che esclude a priori il narratore esterno e imparziale a favore di un narratore-personaggio che ci trasmette completamente le sue inquietudini.
Poi, nel giro di poche righe, sono nominati tre luoghi: Girona, il Messico, Barcellona. La topografia è uno degli aspetti più importanti della letteratura di Bolaño, il quale, per ragioni di biografia propria, ha vissuto in tantissime parti del mondo (di lingua spagnola). Nato in Cile, emigrato presto con la famiglia a Città del Messico, tornò in Cile solo ventenne, per appoggiare il governo di Allende, ma fu preso e imprigionato dagli uomini di Pinochet durante il colpo di stato. Portato in carcere, riuscì a fuggire grazie a un secondino, un suo vecchio amico di scuola, che lo lasciò andare (cfr. il racconto I detective in Chiamate telefoniche). Dopo essere tornato a vivere in Messico, si trasferì definitivamente in Spagna, dove restò per tutto il resto della sua vita. Non tornò mai più a Città del Messico, protagonista della sua adolescenza, per paura di trovarla diversa da come se la ricordasse ([…] l’aspetto di una città / cambia più in fretta, ahimé!, del cuore di un mortale, Baudelaire). La globalizzazione e i movimenti nello spazio sono alcuni dei temi più presenti nella sua opera. Presenti quasi per caso, inconsciamente o indirettamente, perché legati in modo stretto alla sua vita. Quando Mónica Maristain chiese a Bolaño se fosse cileno, messicano o spagnolo, lui rispose: “sono latinoamericano”.
I suoi personaggi non sono degli emarginati ma degli outsider, dei tipi con molte stranezze, spesso sul punto di impazzire. Come Arturo Belano, pseudonimo dell’autore e protagonista di questo racconto. Le sue anomalie sono subito esposte: «la mia tendenza a non dormire di notte. Non avevo praticamente amici» («mi disposición a no dormir durante las noches. Casi no tenía amigos»). La maggior parte dei personaggi di Bolaño vivono insieme a inquietudini e oscurità. Il Male in Bolaño è sempre presente, in un angolino nascosto sotto al cervelletto dei personaggi; un Male simile a quello provato dal soggetto di Munch, in grado di far urlare di terrore dentro di sé e a distorcere la realtà; un grido terribilmente fragoroso, ma che per gli altri è sordo:
Mi sarei volentieri messo a urlare. Eppure dalla bocca non mi uscì neanche un gemito.
(Il poliziotto dei topi, in Il gaucho insopportabile, trad. Ilide Carmignani).
È possibile identificare l’origine di questo male nei traumi subiti dalle generazioni latinoamericane a causa delle dittature militari e dei governi di stampo autoritario. Nell’incipit di Amuleto, un’altra prima pagina formidabile di Bolaño, la retata della polizia antisommossa nell’università di Città del Messico è definita come «una historia de terror» e «un crimen atroz» («una storia del terrore», «un crimine atroce»). Non è un caso che per Bolaño il più grande scrittore del Novecento fosse Kafka. Ma se Kafka rappresentava esattamente l’inconscio (operazione molto più fine e difficile di, come spesso gli è stata attribuita, banalizzandolo, rappresentare l’inconscio nelle sue proiezioni oniriche), Bolaño ne tratteggia la paure nella realtà quotidiana dei personaggi: «una sensazione di esserci e non esserci, di distacco rispetto a quanto mi circondava, di indefinita fragilità». In Bolaño il Male non è il niente che si assottiglia, ma il tutto che si riempie. Questa forza evocativa molto intensa permette di far esplodere una sensibilità altissima nelle scene di felicità, spesso associate all’amore e al sesso. Come alla fine di Sensini, in cui il mondo, superata la morte, pare che giri davvero.
L’ultimo tema fondamentale presente in questa prima pagina è la poesia. «Dapprima pensai di presentarmi per la poesia, ma dare in pasto ai leoni (o alle iene) quello che mi riusciva meglio mi parve indecoroso». Anche se noi oggi studiamo e ricordiamo Bolaño come un grande scrittore di prose, lui si è sempre definito prima di tutto un poeta: è con quella che ha iniziato a scrivere, è quella che ha letto e riletto costantemente senza sosta per tutta la sua vita. Quando Maristain gli chiese cosa gli facesse credere di essere migliore come poeta invece che come narratore, Bolaño rispose: “il grado di imbarazzo che provo quando, per puro caso, apro un mio libro di poesia o uno di prosa. Arrossisco meno con quello di poesia.”
Il racconto va avanti narrando la storia di questa amicizia (cioè quella fra Belano e Sensini) e descrivendo la vita del secondo. Scopriamo che è uno scrittore argentino emigrato in Spagna a causa della dittatura militare; si è portato dietro la moglie e la figlia mentre il figlio, il primogenito, un reporter, è rimasto in Argentina e se ne sono perse le tracce. Belano e Sensini sono amici “di penna” e si scambiano lunghissime lettere in cui si raccontano la propria vita e le proprie paure. Sensini è l’unico a credere ancora che il figlio possa essere vivo, e questa sarà la sua ricerca fino alla fine della sua vita. Oltre a Sensini, Chiamate telefoniche contiene altri tredici racconti in cui le componenti il terrore, il suicidio, il sesso-amore, la letteratura e la globalizzazione. Questi temi appartengono anche alla seconda metà del Novecento, ma sono il linguaggio (crudo e lirico) e i personaggi (quotidiani eppure unici) a fare di Bolaño uno scrittore per il Duemila, uno scrittore del Duemila.
